venerdì 31 dicembre 2010

La mia Suisse

Inventato settecento anni fa
da un tedesco, un italiano e un francese
che giocavano alla libertà.
Non c’è il mare in questo strano paese
e d’inverno fa un po’ freddo, però...

Cinque giorni fa a quest’ora stavo agonizzando in treno, con la testa dentro al water o qualcosa del genere. Dio, quanto sono stata male. Avevo mangiato un McChicken a Milano, e da quel momento sono stata sempre più male. Erano le otto. Avrei dovuto resistere fino a mezzanotte e mezza prima di scendere dal treno. Dio, che schifo. Stamattina mi sono fatta tutto il ritorno (almeno fino a Milano) spalmata immobile sul sedile con gli occhi chiusi e l’mp3 nelle orecchie, sperando di distrarmi e stare tranquilla. Credo di non avere vomitato solo per il semplice fatto che non avevo niente nello stomaco, perché solo aprire mezzo occhio mi faceva girare la testa. Il fatto è che in Italia la ferrovia va via dritta e chissenefrega a cosa passa sopra. In Svizzera, fa tante di quelle curve che metà bastano. Figurarsi col treno a 200 all’ora e che traballa. Non voglio nemmeno più pensarci. Se i miei parenti vogliono che torni a trovarli, devono insegnarmi a teletrasportarmi o materializzarmi o qualsiasi altra cosa che mi faccia evitare il treno (e anche la macchina, perché mi sa che sarebbe più o meno uguale).
Berna, torre dell'orologio.
Tra l’altro ho continuato a stare male anche i giorni dopo che sono arrivata, e mia zia mi ha anche fatto un cazziatone assurdo perché secondo lei sono io che mi fisso di stare male. Cioè, a sentire lei, pare che mi piaccia vomitare. Neanche mi mettessi un dito in gola o che so io, almeno finirebbe tutto presto.
Stasera non avevo nessun impegno per festeggiare, ma anche se ne avessi avuti avrei dovuto bidonare tutti, dato che sono ancora tutta sottosopra. Che poi, a Mestre, mentre aspettavo il treno regional-tetano, ho anche avuto la bella idea di mangiare il panino col salame che mi aveva preparato mia zia ieri sera, perché alla fine mi era venuta un po’ fame. Risultato: è dalle tre che mi balla nello stomaco e facevo decisamente meglio a lasciarlo dov’era.
Comunque, i giorni che stavo bene, siamo stati a visitare Lucerna e Berna. Ho fatto un po’ di foto, ma non sono venute tanto bene perché il cielo era grigio da fare schifo. A Lucerna nevicava, quindi sono venuti fuori nelle foto anche i fiocchi, specialmente dove non mi interessavano. Ma erano davvero a forma di fiocco, voglio dire, come quelli che si disegnano. Ho cercato di fotografare quelli che mi cadevano sui guanti, ma si scioglievano subito.
Ho portato a casa la ricetta di due dolci. Non vedo l'ora di provarli. Sbav.

sabato 25 dicembre 2010

It's easier to leave than to be left behind...

Domani ripartirò,
inutile dire che fa male
ma rende incantevole
ogni istante che passo con te.

Temo che dovrò fare così anche io
per convincerla a chiudersi.
Buon Natale.
Non ho tempo di fermarmi, devo correre a fare la valigia, perché più aspetto e più finisce che mi dimentico qualcosa. La verità è che ho preprato la lista qualcosa come un mese fa, ma mi manca ancora da mettere mezza roba, tipo tutti i caricabatterie, la fotocamera, il cell, le pantofole (sai com'è, le ho addosso) e cose così. E il fatto è che se non mi metto adesso, non lo facico più. E, dettaglio, parto domani pomeriggio. E, ancora più dettaglio, stasera fanno Ratatouille in tivvù, domani mattina dormo/vado a messa, subito dopo pranzo devo lavarmi i capelli e poi si va. Con mezza valigia, a giudicare dall'anda.
Che casino di Natale.

venerdì 24 dicembre 2010

C'è qualcosa dentro l'anima che brilla di più

A Natale puoi
dire ciò che non riesci a dire mai
che bello stare insieme
che sembra di volare
che voglia di gridare
quanto ti voglio bene.

Mancano otto ore a Natale. A dire il vero, chissenefrega di Natale. Tanto so che sarà la solita girandola di ipocrisia, di auguri finti e di sorrisi forzati, così come lo è sempre.
Quest’anno don Bepi ha anticipato la messa di mezzanotte alle dieci, povero, sta diventando vecchio anche lui, ma cascasse una pannocchia se va in pensione. Tanto quello che ci metteranno come rimpiazzo non può essere peggiore. Io e la Ele ci andiamo, alla messa di mezzanotte. Almeno poi la mattina possiamo dormire senza dover pensare che ci dobbiamo svegliare per andare in chiesa, e se ci svegliamo presto è solo perché vogliamo scartare i regali. Sì, siamo delle sporche materialiste anche noi. Come tutti, del resto. Avevamo chiesto a Marco se voleva venire, abbiamo provato a corromperlo i tutti i modi ma non attacca. Neanche dicendogli che dopo la messa ci danno il panettone. Se conoscessi abbastanza sua nonna, lo farei correre, ma non l’ho praticamente mai vista. E peccato, perché sennò capirebbe anche che non sono la ragazzaccia che lei pensa. Cioè, sì, sono una ragazzaccia, ma non sempre. E poi, a Natale siamo tutti più buoni. A Natale mi asterrò dall’essere ragazzaccia. E, a proposito di astensioni, oggi è la vigilia, quindi, come dice mia madre, digiuno e astinenza. Allora, indipendentemente da quello che dice lei, io ho fame. E quando ho fame, mangio. È chiaro?
Ieri pomeriggio sono stata a portare i regali ai miei cugini-rospi. L’idea era di fermarmi dieci minuti, dargli il regalo e via. Sono stata lì tre ore. Sì, va bene, non mi vedono mai. Sì, mi sono messa a chiacchierare con sua madre di ragazzi, il che potrebbe sembrare strano ma non lo è nemmeno tanto. Marco voleva accompagnarmi, ma alla fine non è venuto. Se gli sono fischiate le orecchie, eravamo noi che parlavamo di lui. Bene o male, non saprei. Fatto sta, che è diventato un’ossessione. Di giorno, di notte. È sempre intorno che ronza. Che se non lo sento io, me ne parlano. Poi la notte faccio sogni strani, che a dire il vero non voglio neanche che qualcuno me li interpreti, non voglio sapere cosa significano.
Sto ascoltando canzoni di Natale in cuffia, come se potessero crearmi l’atmosfera. La verità è che non creano un cazzo. Che alla fine albero e presepe e i residuati di neve fuori non mi danno nessuna bella sensazione di tepore natalizio o simili. Nemmeno i miei, nemmeno i regali già pronti sul tavolino (non posso metterli sotto l’albero, perché il pavimento del bunker è umido), che muoio dalla voglia di scartarli. Scommetto che mia nonna stanotte porterà giù la sua stecca di mandorlato duro, che lo prende per me e se lo pippa sempre mio padre perché a me piace il torrone morbido, e in 21 anni lei non l’ha ancora capito (oppure, sì, l’ha capito, ma siccome a lei e a mio padre piace quello duro, hanno deciso che deve piacere anche a me). A dire il vero, non ho la minima idea di cosa vorrei come regalo. Io non voglio mai niente, nel senso che non so nemmeno io cosa voglio. Nel senso che magari avrei un’idea di cosa, ma tanto poi so bene che non ci sarà, quindi non mi illudo nemmeno. Sono sempre stata così, a dire il vero. Non ho mai chiesto chissà che. Diciamo che mi basterebbe essere felice, non dovermi guastare sempre l’umore a causa di cazzate, passare il tempo con i miei amici, non avere rompimenti di scatole almeno quando sono con loro. È per quello che avevamo cercato di corrompere Marco a venire a messa stasera, per passarcela. Perché se un sacco di gente va a messa impellicciata e coi capelli cotonati solo perché è festa e bisogna farsi vedere, noi che a messa ci andiamo sempre, anche quando c’è più di mezza chiesa vuota, possiamo anche permetterci di stare tra amici, di fare versacci tra di noi quando don Bepi ci impesta di incenso e tutto il resto. Di stare vicini, spalla a spalla, a vedere la differenza di altezza, a pensare che per Natale sotto l’albero vorrei trovare uno sgabello, per arrivarci a baciarlo durante l’anno nuovo, perché se non la smette di crescere non ci arrivo davvero più.
È questo il Natale che vorrei io. Non quello delle luminarie, non quello dell’albero o del presepe, non il pandoro o il rametto di pino con gli auguri, non i soliti pranzi dai parenti che ti rompi e basta. Vorrei un Natale con i miei amici, tutti insieme.

mercoledì 22 dicembre 2010

Ieri ho capito che...

Ed una fame di sorrisi
e braccia intorno a me.

Ieri sera sono stata a mangiare la pizza con i notabili del paese, sarebbe a dire con il sindaco, la moglie (che lavora anche lei in municipio), l’assessore alla cultura (Mario) e la moglie. Poi c’era la Giò, la Elena del cg, la Raffaella e io. E il figlio piccolo del sindaco, che ha 19 anni. Me l’hanno messo in parte, della serie i giovani con i giovani. Non ero per niente entusiasta, ma poi alla fine abbiamo scoperto che andiamo all’uni entrambi a Venezia e che anche lui fa lingue (lcmc), così ci siamo messi a chiacchierare. Mi sono divertita una cifra. Direi che è stata una benedizione che se lo siano portati dietro, almeno mi sono passata il tempo. Sapevo già come andava a finire sennò: la Giò si sarebbe messa a parlare con la moglie di Mario e la moglie del sindaco (Miranda), la Raffaella e la Elena avrebbero parlato tra loro, Mario avrebbe spettegolato col sindaco, e io mi sarei rotta le palle. ogni tanto Mario avrebbe cercato di fare un po’ di conversazione, ma avrebbe desistito molto presto. Sapevo già che mi sarei rotta le palle ad oltranza.
Invece, provvidenziale Riccardo. Mi sta perfino simpatico (è anche carino, ma ha 2 anni meno di me -.-").

lunedì 20 dicembre 2010

Destinati a perdersi

Destinati a perdersi
in spazi troppo piccoli
in pezzi che non puoi riappiccicare.

E poi ti sei data della scema, quando sotto la doccia ti sei lavata via quel bacio che ti aveva appoggiato sulla guancia. Quel primo bacio che ti aveva dato. Avresti voluto chiedere di più, ma non l'avevi fatto, perché sapevi che forse avresti avuto un'altra occasione. Forse, perché chi ti assicurava che non sarebbe stata l'ultima volta che esageravi, che facevi tardi a cena, che correvi come una pazza in bici per arrivare a raggiungerlo prima che aprisse il cancello ed entrasse in casa? Dopotutto avevi solo tredici anni, e ancora non ti era chiaro dove iniziava l'amore, anche se dentro di te, ingenuamente, pensavi già di saperlo.

sabato 18 dicembre 2010

That may be all I need

Il mio hobby preferito è rompere le palle a mio fratello, almeno quanto lui le rompe a me. Mi hanno sempre detto che tra fratelli ci si prende a ciabattate se serve, e credo che lui muoia dalla voglia di levarsi una delle Converse pesanti e tirarmela dietro. Ieri sera ci siamo messi a fare a palle di neve fuori dalla biblio, come due bambini. Ma la verità è che non mi interessa se ho 21 anni, una volta che mi sto divertendo, perché devo farmi dei problemi?
Da sinistra: Samuele, Giulio, Francesca, Alberto, Emanuel,
Gaia, Io, Beatrice, Aurora L., Marco, Aurora M., Ele.
Oggi eravamo a fare baldoria col resto del kemma per natale. In tre settimane i bambini hanno deciso che: io e Marco siamo morosi, Marco e la Ele sono morosi, Marco e la Beatrice sono morosi. I primi due sono dati dal fatto che quando uno dei due arriva, ci si bacia. Il che, potrebbe anche sembrare strano a gente che ha 12 anni, ma per me è perfettamente normale. Voglio dire, un normalissimo bacio sulla guancia mi pare accettabile anche in presenza di minorenni. Sennò, diventiamo tutti giapponesi. Non capisco la questione Marco-Beatrice, ma credo che nessuno voglia capirla. Probabilmente hanno calcolato che, stando lei sempre incollata a noi, e non potendo stare con una femmina, non restasse alternativa.
I bochie hanno decretato anche che la Elena non viene più a lavorare da noi perché è incinta (non si sa di chi) e si sposa (matrimonio riparatore) e deve ovviamente invitarli tutti. Certo che hanno fantasia da vendere. Voglio dire, ne ho anche io, ma certe cose che penso, poi me le tengo per me.
Comunque, torniamo alla questione principale, cioè il festone-di-quasi-natale di oggi (senza vischio).
Abbiamo fatto 129 foto, che quando le ho scaricate mi è venuto male a pensare di doverle mettere su facebook, che ci avrei messo fino alle due di mattina. Invece è stato abbastanza collaborativo, e alle undici meno qualcosa avevo finito (ma non le ho caricate tutte, solo 75, perché le altre erano doppie o mosse o davvero orrende).
Questo è uno dei momenti in cui Marco si toglierebbe
una scarpa per tirarmela dietro.
Ci siamo no ingozzati, di più. Avevo portato i biscotti e sono praticamente spariti. Mia nonna direbbe “fulminati”. Ne avevo fatte due terrine separate apposta, perché sapevo che i piccoli sono voraci come canne di lavandino.
Poi, quando i minorenni se ne sono andati e sono arrivati gli altri minorenni, abbiamo iniziato a fare tutta la baldoria di cui siamo capaci. Solito.
In seguito, distribuzione regali di natale, da scartare il 25, ops si sta magicamente sciogliendo il nastro devo guardare cosa c’è dentro.
La verità è che gli voglio bene. Che vorrei trovare loro il 25 sotto l’albero quando mi sveglio, perché quando non ci sono mi mancano, anche quando ci prenderemmo a scarpate.

lunedì 13 dicembre 2010

Oh, I don't believe it

Non ci credo, Ca' Foscari ha sbloccato la compilazione dei piani di studio! Con possibilità di cambiare il curriculum online! Finalmente finiranno i miei casini burocratici. Per un attimo li ho lovvati. Ma solo per un attimo, che non si sa mai.

sabato 11 dicembre 2010

Stessa voglia di vita che tu hai, stessa musica in mente

Se manchi stringe un nodo
[…]
perché non chiedi mai perdono,
ma se mi abbracci non ti stancheresti mai.

Saremo scemi, eh. Stavo su emmessenne a chiacchierare con Marco ed è venuto fuori che forse un tizio che viene al cg potrebbe darsi che mi corre dietro. Non ricordo chi è il/la cretino/a che per primo/a ha fatto arrivare al mio orecchio questa blasfemia, ma non avrei mai dovuto farla girare, perché così Marco ne ha approfittato per prendermi in giro ad oltranza. Gli ho bloccato tutto tenendo il muso, con l’idea di sbloccarlo un minuto dopo. In quel micro lasso di tempo, lui ha chiuso tutto, msn e facebook, praticamente sbattendomi la porta in faccia più di quanto abbia fatto io. Siamo peggio dei bambini.
Solo che i bambini quando dicono “non ti parlo più” poi dopo cinque secondi si girano e fanno pace, noi grandi no. Noi grandi buttiamo all’aria amicizie decennali quando decidiamo che “non ti parlo più”.
Vivo in simbiosi stretta con Marco più o meno da aprile. Vuol dire che so anche che mutande porta e che voti prende a scuola. Vuol dire che la gente insinua che ne sia innamorata, ma non è vero. Solo gli voglio bene, come ai miei amici quelli veri. Non tutti i cinquecentoenonmiricordoquanti che ho su facebook, solo quei quattro o cinque che non lascerei andare mai.
È una cosa che va al di là di tutto il resto, semplicemente mi piace, per com’è, per quello che fa. Mi piace quando ride e dice “caaaara la [inserire un nome femminile a caso]”, mi piace quando vuole sapere qual è il mio giubbotto per appenderci sopra il suo, anche se sa benissimo che non può essere quello col collo di pelliccia, mi piace quando sta al computer a cazzeggiare e io dietro come un avvoltoio, col mento sulla sua testa, o mi si siede in braccio di colpo sfondando me e la sedia. Mi piace quando facciamo gli scemi e ci soffiamo come i gatti oppure facciamo le fusa se come due idioti ci facciamo i grattini in biblio. Mi piace quando devo alzarmi in punta di piedi per arrivare a baciarlo, che sei mesi fa non era così alto, e ci fosse mai una volta che si abbassa lui.
Ma tutto questo è difficile da spiegare a persone che, quando ti vedono per tre giorni di seguito in compagnia di un maschio, mettono immediatamente in conto che siate in lovv e che state insieme. E non conta se sanno che è il tuo fratellino adottivo, non conta perché capiscono quello che vogliono capire. Evidentemente loro non hanno mai avuto un amico così. Non si sono mai fermati a guardare le piccole cose, a pensare cosa gli piace di quello che fanno gli altri. Sarà che io ho tempo da perdere, evidentemente.

venerdì 3 dicembre 2010

Leading you down into my core

Ti guardo mentre scrivi
frasi che non mi farai leggere mai.

C'è qualcosa di strano in me. Sì, voglio dire, oltre a tutto quello che c'è sempre stato. C'è qualcosa di strano e non riesco ad isolarlo.
Scrivo come una dannata, consumo fogli su fogli, cancello le lettere della tastiera a forza di batterle, e non arrivo da nessuna parte.
Sogno situazioni romantiche la maggior parte della notte ma non intendo procurarmi un moroso, anche perché il più delle volte non so chi sogno, mi ritrovo a chiedermi "chi eri, stanotte?". Perché so chi sarebbe l'attore principale, ma non sempre ha la sua faccia. Forse è solo che sono attaccata al passato e il futuro mi strattona per la maglia e cerca di portarmi via. Il presente è troppo fugace, quando cerchi di focalizzarlo è già andato.
Ieri pomeriggio, mentre cazzeggiavo allegramente al computer (come se non avessi qualcosa come 748521 cose da fare) mi sono arrivati in cuffia gli Evanescence. Quella precisa canzone non la ascoltavo mai oltre i cinque secondi, perché era legata a una situazione di tre anni fa. C'entra un ragazzo. Un ragazzo, un sabato sera di dicembre, un lettore mp3 scalcagnato, uno scooter. Niente baci o altro, lo so che state già pensando male. C'entra lo stesso ragazzo che appare nei miei sogni, quello che non sempre però è lui.
Dicono alcuni che finirà nel fuoco il mondo; altri nel ghiaccio. Del desiderio ho gustato quel poco che mi fa scegliere il fuoco.
Robert Frost ci ha visto giusto. Scelgo il fuoco. Scelgo il mannaro, anche se tutti gli altri, me compresa, erano vampiri.
Resto sveglia fino ad ore assurde, indipendentemente dal fatto che mi debba alzare alle sei di mattina o a mezzogiorno, e non sempre per finire mattonazzi di libri. A volte sì, ma non sempre. A volte ho il mio quadernetto sul comodino, la mia penna nera, scrivo cose che nessuno leggerà mai, specialmente alcune persone.
Mangio. Mangio troppo, poi sto male. Ma pensare che c'è una stecca di torrone nell'armedietto o che nel frigo c'è della cioccolata è più forte di me. Sono capace di alzarmi dal letto apposta, di tirarmi fuori dalle coperte per andare a rubacchiare una sottiletta dal frigo o una fetta di pan carrè, come se ne avessi davvero bisogno.
Faccio il lavoro degli altri. Quando sono in biblio, non mi ferma nessuno, so quello che c'è da fare e non ha senso rimandarlo, a meno che non ci sia un buon motivo. Ma deve essere davvero buono, perché non mi va di lasciare roba arretrata. Come se fosse lavoro che devo sbrigare io, poi.

giovedì 2 dicembre 2010

Ma non è facile, lo sai

Una bella favola mi ha raccontato che
là sopra il tetto azzurro dell’immensità
con prati ed alberi
c’è un giardino che confini non ne ha
[…]
su questa terra un fiore nuovo spunterà
sarà bellissimo
dal profumo che fa un gesto di bontà
e già l’aspettano.
Il dolore di un lutto si articola in cinque fasi:
1. negazione
2. rabbia
3. auto-recriminazioni
4. depressione
5. accettazione
Mia nonna è morta un anno fa.
Sono passata dalla negazione alla rabbia alle auto-recriminazioni più o meno in un paio di ore. Mi ricordo. Mi ricordo di come all’inizio non mi cambiava la vita, di come mi sono poi resa conto che non ci sarebbe più stata, di come ho pianto perché egoisticamente la volevo ancora con noi.
Sono arrivata alla fase cinque, anche se in particolari momenti tendo a scivolare nuovamente nella fase quattro.
La verità è che, pur non avendola mai considerata molto, manca. Manca perché ti accorgi delle cose che non ci sono quando non le hai più.
L’altroieri sono stata in cimitero. Mi andava. Erano le cinque meno qualcosa, e non si vedeva niente, solo le luci delle tombe, tutte uguali. Una volta mio nonno aveva la lampadina rossa, ma ora che l’hanno cambiata non si vede più, ora è uguale alle altre e non illuminano nemmeno la foto sulla lapide, figurarsi il pavimento.
Non ho cantato, non ho parlato, non ho pregato. Sono stata lì a guardare le due lapidi vicine, pensando a ciò che mi aveva detto un amico. Quando la chiuderanno, allora saprai che è finita davvero.
Ma ricorda, kat, Don Bepi dice che stanno lì a dormire. La morte non esiste, perché Dio ha creato l’uomo eterno. La morte è un’invenzione dell’uomo.
L’ultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte (1Cor 15,26)
Perciò, nonna, se tu adesso stai bene dove sei, se è vero che la morte è solo un’invenzione, vuol dire che un giorno ci vedremo di nuovo. Vuol dire che potrò chiederti scusa per quando non si sono stata. Vuol dire che potrò ancora stare sotto al tuo ombrello come quando ero piccola ed eravamo felici.
E se mi viene da piangere mentre ci penso, se le lacrime cadono sulla tastiera senza che io possa fermarle, se scrivo ad occhi chiusi perché non ci vedo fuori, non vuol dire che sono triste. Forse sto solo aspettando che arrivi quel momento, perché adesso manchi.

Cos’è una goccia d’acqua se pensi al mare
un seme piccolino di un melograno
un filo d’erba verde in un grande prato
una goccia di rugiada, che cos’è?
[…]
qualcuno dice “un niente”, ma non è vero.

lunedì 29 novembre 2010

Let it snow, let it snow, let it snow

Insomma, uno schifo. La mia superfesta di quasinatale è andata a farsi friggere perché dal mal di gola si è sviluppato un raffreddore che tra mezzogiorno e le cinque di venerdì si è trasformato in sinusite fulminante e ho riaperto gli occhi oggi a mezzogiorno. Vaffanbrodo. Ma ci rifaremo, no worries. Tra l'altro venerdì aveva anche iniziato a nevicare, pareva quasi intenzionato a fare bene, ma poi ci ha piovuto sopra. Merda. Non ne va dritta una.
Domani c'è lo switch-off della tivvù e così stasera mio padre si è avvalso della mia ritrovata visione per attaccare il decoder da mia nonna. Sopresa sorpresa cosa succede? Che la rai non si vede. Voglio dire C'è Rai Gulp, Rai Sport 1 e anche 2 e tutte robe così, ma RaiUno, RaiDue e RaiTre non ci sono. A dire di più, sul primo (cit.) c'è un canale chiamato Rete Veneta. Gli altri due sono vuoti. Mia nonna ha dato di matto, non sia mai che non possa vedere domani la Clerici. Gli ho detto, Mediaset si vede, guarderai Forum. Comunque questa cosa della Rai non l'ho capita, io venerdì devo vedere NCIS Los Angles! E domenica devo vedere la seconda parte di NCIS e Castle! Poi, per il resto, chissenefrega.
Domani mi tocca andare a scuola. Che palle, si stava così bene a casa a grattarsi la pancia (anche se avrei preferito vederci fuori, non vedere le stelle a righe a causa del mio naso e tutto). Oggi i miei non mi hanno neanche lasciato andare in biblio. Credo che la Giò fosse in panico completo, visto che c'era anche la lettura animata *sospiro*. Vaglielo a spiegare che sto meglio in giro che a casa sotto mezzo metro di coperte.
Sti tre giorni, che praticamente non ho fatto altro che dormire, ho fatto un sacco di sogni assurdi. Nel più assurdo, che ora mi ricordo, ero a Venezia con Gughy che stavamo disegnando sotto un ponte. Mi spiego: sotto al ponte non c'era acqua, e noi disegnavamo sul ponte. Sì, devo smetterla di mangiare pesante. Tuttavia, insiegabilmente, disegnavo bene! Io che disegno omini triangolini (che sarebbero la versione vestita degli omini stecchini) e diavoletti cicciotti e teschietti da jolly roger! (Non è vero, so disegnare anche le giraffe, i coccodrilli e i lupi con la bava alla bocca...sono opinabili, ma per i cuginastri vanno benissimo).

mercoledì 24 novembre 2010

Voglio un babbo natale dj

Non ne va dritta una.
- eMule non va.
- aNobii non va.
- ho il mal di gola, da cui consegue che, oltre a tutto il resto, non posso cantare.
- la Giò mi aveva detto che mi portava le chiavi per venerdì, ma per ora se ne è dimenticata.
- le cuffie vanno solo in mono, a meno che non stia sempre a mettere a posto l'attacco.
- stamattina due deficienti mi hanno tagliato la strada, che se non sto attenta li tampono, e poi finisce che ho ancora torto io.
Sono stanca.
Oggi è venuto a trovarci in biblio Pg, a raccontarci cos'è successo ultimamente. Credevo di rabaltarmi sul pavimento dal ridere, perché quando racconta lui le cose succede sempre così, non è capace di stare serio.
Stasera io e la Austro abbiamo deciso che venerdì festone di meno-un-mese-a-natale, dato che ho io le chiavi (spero), con tanto di musiche natalizie sparate dalle casse grandi sopra gli scaffali. Appenderò un po' di vischio in giro, che di questi tempi non si sa mai...e chissenefrega dei Nargilli[1].

Note:
[1] Nargilli: sorta di piccoli e dispettosi insetti che secondo Luna Lovegood vivono nelle piante di vischio. (Vedi: Harry Potter e l'ordine della fenice).

sabato 20 novembre 2010

Con gli stivali e il cappellino in testa, tutto qua

Chissà se tu mi penserai,
se con gli amici parlerai.

Oggi pomeriggio sono stata a comprarmi gli stivali di gomma nuovi, perché gli altri erano scomodissimi, con le cuciture sotto il piede e stelle a righe da vedere. Mia madre voleva farmi prendere quelli del mondo di Patty perché secondo lei erano fatti meglio, più isolati dentro. Le ho detto che piuttosto di prendere quelli, sarei andata nell’acqua con le Adidas. Non c’era verso di farle capire, ma alla fine ho preso quelli viola scozzesi, quelli che a lei non comodavano. Potrei morire, invece di prendere Patty. Tra l’altro avevo strafretta, sennò mi sarei fermata molto volentieri a vedere le scarpe da ginnastica, le Adidas sono distrutte e muoio dalla voglia di prendermene un paio di alte. Ma non me le prenderanno mai, lo so già. Non ho neanche guardato quanto venivano.
Sono arrivata al cg alle 16.38, in clamoroso ritardo di otto minuti, e non si sa come mai erano già tutti lì, che di solito non arrivano mai puntuali. Marco mi ha subito chiesto: “Dov’eri?”. Adoro che si preoccupi per me, anche se è solo per farsi i cavoli miei. Gli ho raccontato degli stivali e delle corse in macchina come dei cretini perché dicevo che ero in ritardo. Quando vuole, mio padre pesta sull’acceleratore che è un piacere.
La Ele è in crisi perché il suo migliore amico le corre dietro (e gliel'ha detto chiaro e tondo) e a lei non piace, ma invece di dirgli semplicemente di no, si sta facendo un miliardo di pare e piange. Sta facendo diventare matta anche me.

giovedì 18 novembre 2010

In una libreria, dietro agli scaffali, aveva la sua tana un topo con gli occhiali

Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni?
Guardo la copertina, il titolo, l’autore, il genere. Poi, se niente di tutto questo è sufficiente, leggo il riassunto. Le recensioni sono utili se fatte da gente coi miei stessi gusti, quelle sulle fascette attaccate in copertina sono delle semplici esche, quindi le ignoro. O, al massimo, le tengo buone per smentirle. A volte, capita che prima di iniziare un libro, sbricio su anobii cosa dicono gli altri.

Dove compri i libri, in libreria o online?
In genere non compro libri, li prendo in biblioteca. Se proprio devo comprarli, comunque, vado in libreria. Voglio poterli toccare e guardare, prima di spendere.

Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro o hai una scorta?
In genere prendo sempre più di un libro alla volta in biblio, e comunque, nel caso rimanessi senza, ho una scorta di ebook nel computer, che prima di leggerli tutti posso diventare vecchia.
Di solito quando leggi?
Sempre. No, scherzo. Leggo la sera notte prima di dormire, in treno mente vado a scuola, all’uni mentre ho le ore buche, in biblio (anche in piedi o seduta per terra)…in bagno no, basta mio padre che ci resta ore…

Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?
No, un libro grosso non mi fa paura. Se invece è una sottiletta e costa lo stesso 18 euro, penso semplicemente che sia un furto. Ma tanto non compro, quindi non è un mio problema.

Genere preferito?
Fantasy. Se non c’è niente, vado sul romantico (non ho detto diabetico) o sul giallo, l’importante è che il morto sia già morto, non mi piacciono torture o cose del genere.

Autore preferito?
A detta di anobii, Stefano Benni, Laurell K. Hamilton, Roald Dahl, Kathy Reichs.

Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
La prima volta che mia madre mi ha portata in biblio avevo tipo tre anni. Non ho più smesso.

Presti i tuoi libri?
Preferibilmente no, anche se dipende da chi me lo chiede.

Leggi un libro alla volta o riesci a leggerne diversi contemporaneamente?
Di solito ne ho uno in zaino per il treno e uno sul comodino.
I tuoi amici\famigliari leggono?
Mio padre è un’idrovora (cit.), mentre mia madre non legge praticamente mai. Dice che non ha tempo. No comment in proposito.
La maggioranza dei miei amici è allergica ai libri, e se capita che ci troviamo in biblioteca è solo perché possiamo metterci in sala studio a spettegolare, ma poi vanno a casa con le mani vuote.

Quanto impieghi mediamente a leggere un libro?
Dipende dal numero di pagine, ma un libro medio (diciamo sulle 200-250 pagine) finisce in tre notti più o meno.

Quando vedi qualcuno che legge (ad esempio nei mezzi pubblici) sbirci il titolo del libro?
Se ce la faccio, sì. Sono curiosa come una scimmia, lo ammetto.

Se tutti i libri al mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne uno soltanto, quale sarebbe?
Scusa, perché dovrebbero essere distrutti?

Perché ti piace leggere?
Non lo so, e non mi interessa. Mi piace e basta.

Leggi libri in prestito o solo libri che possiedi?
La maggioranza sono in prestito.

Quale libro non sei mai riuscita a finire?
Più di uno, a dire il vero. Ora come ora, mi viene in mente Flatlandia, consigliato dal prof di matematica.

Hai mai comprato libri solo per la copertina? Cosa ti colpisce delle copertine?
Comprato no, preso in biblio sì. E non sempre erano dei bel libri.
Mi piacciono le copertine disegnate, quelle dei fantasy. Questa, per esempio.

C’è una casa editrice che ami particolarmente e perché?
Invertiamo la domanda: ci sono case editrici che non  mi piacciono, tipo quelle di provincia, che pubblicano gli autori del territorio che scrivono certi libri che non li leggerà mai nessuno.

Porti i libri ovunque o li tieni al sicuro in casa?
Ovunque, una volta che li ho messi nello zaino…

Qual è il libro che ti hanno regalato e che hai apprezzato maggiormente?
Non saprei. Non mi regalano spesso libri.

Come scegli un libro da regalare?
In base al destinatario del regalo. E possibilmente evito i casi editoriali, che in genere sono delle schifezze.

La tua libreria è ordinata secondo un criterio particolare?
Le serie (Harry Potter, Topolino) sono in ordine di numero, gli altri a caso, dove c’è posto.

Quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?
Dipende dalle note. Tendenzialmente mi cade l’occhio anche se poi ciò che è scritto non mi interessa per niente, quindi lo salto.

Leggi eventuali introduzioni, prefazioni postfazioni o le salti?
Dipende, se è un libro di scuola per cui leggendo la prefazione capisco tutto il resto (o in alternativa potrebbe capitarmi una domanda in proposito), allora sì. Sennò, faccio volentieri a meno.

martedì 9 novembre 2010

Ci sono dei momenti nella vita in cui ti senti esattamente un merda. Tipo quando ti accorgi di stare a lamentarti di tutto e invece chi sta davvero male è contento di quello che ha. E non mi metterò a parlare dei bambini con la pancia vuota in africa, perché bene o male sono troppo lontani da me. Perché posso rendermi conto che sono presi male, ma non mi toccano abbastanza da vicino.
Ho un amico. Si chiama Marco. Ha 26 anni. Ha la distrofia muscolare. Ha un diploma di perito informatico. È in sedia a rotelle da anni. Ultimamente gli hanno aggiunto anche una specie di fascia che lo tiene attaccato allo schienale, perché evidentemente non riesce più a reggersi. Non ci crederete, ma fa l'animatore all'ACR. Faceva, forse. Ma in sedia a rotelle, sì.
C'è stato un periodo in cui veniva in biblioteca a prepararci locandine e cose del genere al computer. A volte dovevamo spostarlo perché il computer serviva ad altri. Non ci permetteva mai di spostarlo noi. Per quanto gli costasse fare manovra con la sua sola forza, non mi ha mai permesso di spostarlo di un centimetro. Per i tragitti lunghi si faceva aiutare, ovviamente, ma per spostarsi di un metro e mettersi in parte, non se ne parlava.
Suo padre se lo porta in spalla su e giù dalle scale, non potendo spostarlo in blocco.
Conosco un'altro ragazzo, questo ha 17 anni. Si chiama Zeno. Anche lui con la distrofia muscolare. Anche lui in sedia a rotelle. Veniva alle elementari con me. In prima elementare, si trascinava per terra, si vedeva che faceva fatica a reggersi in piedi. Prima lo hanno piazzato in sedia a rotelle manuale, poi in quella elettrica. Lui la guida come un professionista.
Sua madre a volte lo porta a casa di un suo amico che abita davanti a casa mia. Arriva col suo furgone, spalanca il bagagliaio, tira giù la carrozzella, preleva il figlio e lo accomoda. Poi suonano al campanello e spariscono in casa. In quella casa in cui il fratello piccolo è diabetico da quando aveva due anni, e celiaco. Sua madre lo porta a fare controlli in Friuli.
Delle volte penso che io, se mi capitassero die figli del genere, non ce la farei.
Ci sono delle persone che vengono in biblioteca a prendere dei libri, persone che hanno il canrco, persone che stanno facendo la chemio e che non hanno più i capelli, che vanno in giro con una bandana sulla testa. E gli chiedi come va, e loro, felici, ti rispondono "bene". E tu all'inizio pensi che non è vero, ma poi impari che "bene" per loro significa qualcosa del tipo "potrei dirti che sto male, che ho il cancro o che sto facendo la chemio, che i miei capelli sono caduti tutti, che sono avanti e indietro all'ospedale a fare esami. Ma non te lo dirò, perché dopotutto oggi sono qui, e sono vivo, e posso ancora venire qui a parlare con voi, a farmi consigliare l'ultimo libro di Michael Connelly o di Stephen King, e posso ancora leggerlo, quello e tanti altri. I miei capelli ricresceranno, non è un problema. Io sono vivo e, che tu ci creda o no, oggi sono felice".
Un giorno è venuto in biblio l'aspirante sindaco di Salga. Si chiama Alex. Ci ha raccontato che un anno è stato a Lourdes a fare il barelliere. Organizzano un treno apposta per andare a Lourdes, una volta all'anno. Marco ci va sempre. Alex ha detto che i barellieri praticamente spingono le carrozzelle, aiutano i malati, gli fanno la doccia, li puliscono, cose così. Un po' tipo badante. E alla fine della giornata, quello che ti pesa di più non è il fatto di essere fisicamente distrutto. No, è che ti senti una merdaccia. Perché sei in mezzo a gente che sta decisamente molto peggio di te, e sono tutti contenti. Stanno male, sanno che moriranno, sanno che Lourdes non è uguale a miracolo per forza, e sono felici. E tu, che hai tutto e hai coraggio di lamentarti, vorresti sotterrarti dalla vergogna.

lunedì 8 novembre 2010

Cazzate di mezzogiorno e mezzo

Ooh, chebbello, eccomi di nuovo qui a Venezia, in ostaggio dell'acqua alta, a scrivere sul solito computer a manovella dell'università. Cascasse una pannocchia se non mi compro il portatile. E tra l'altro, puro caso, piove.
Come tutti i lunedì (io odio il lunedì), sono in coma profondo. Perché finisce sempre che la domenica sera chiudo la tivvù alle dieci e mezza e poi, per un motivo o per l'altro (tipo: pensieri cretini, trip coinvolgenti, devo andare in bagno, cazzeggio al cell cercando di raccogliere tutte 25 le palline rosa di bounce) non mi addormento mai prima di mezzanotte passata. E poi la mattina avrei bisogno di un supplemento di letto, perché alle 6.13 non riesco neanche ad apriregli occhi, altro che tirarmi su.
Ieri sera ho pensato, a scelta nell'ordine, a queste cazzate:
- vestito di carnevale. Io dovrei fare topolino, ho già pronto lo stampo delle braghette. La Marta ha detto che si veste da armadio di Narnia (ho riso tre ore quando ce l'ha spiegato), gli altri non so. Stavo pensando che Marco potrebbe davvero fare il funghetto che ha sulla felpa, calottina verde a puntini e faccia sbiancata e via. Allora mi sono messa a pensare dove avevo visto lo stampo per la cappella del fungo che volendo si può modificare, perché quella che dico io sul giornale è troppo larga. Sono deficiente.
- potrei sentire lo scemo, domani, ma anche no. Vediamo.
- cosa faccio io domani nelle quattro ore buche? A tradurre spagnolo mi scazzo, specialmente perché è Pirandello, che mi ci vuole il vocabolario apposito pirandellese-italiano per capirci qualcosa, prima di italiano-spagnolo.
E approposito di tradurre spagnolo, sarà meglio che torno a darmi da fare, perché è già mezzogiorno e mezzo e ho tradotto (alla cazzo, tra l'altro) solo una colonna della prima novella (senza molto senso, tra l'altro) e devo ancora mangiare (che oggi ho il panino col prosciutto che non mi fa voglia come la mortadella). Poi, grazie a dio, alle cinque asono a casa. Biblio. Marco. L'ho minacciato che gli insegno il gioco dello spago. No, non so come si chiama. Me l'ha insegnato mia madre, lo giocavano loro da piccoli. A dire il vero, è un po' una cazzata, ma so già che ci metterò un secolo per insegnarli le mosse. L'importante è che ci entrino in testa per domenica. Ahggià, ci mancava solo domenica.

sabato 6 novembre 2010

Ti prego, spéttolati

C'è una tipa al cg che è di una pettolaggine inaudita. Che quando la si nomina, si ha paura che salti fuori all'improvviso (della serie "lupus in fabulaaaargh!"), che non si è tranquilli nemmeno a casa, perché sa indirizzo e numero di telefono di tutti ed è capace di venire a tampinarti alle ore peggiori. No, non scherzo. Una specie di stalker, praticamente. Credo che il suo problema sia come quello di alcuni iperattivi con cui ho lavorato, fanno casino e parlano sempre perché hanno bisogno di farsi notare e di inserirsi nel gruppo. Ma da inserirsi a diventare a dir poco insopportabile, fa un po' di differenza. Oggi pomeriggio, ero in procinto di schiaffeggiarla, perché aveva passato il limite.
Poi, dopocena, ho avuto uno scambio di mail con mio fratello per informarlo sulle novità del pomeriggio, dato che non si era fatto vedere. E gli ho raccontato, giusto perché se ne renda conto. Io in effetti ho una teoria...

kat: devo capire se la D. è segretamente innamorata di te e di conseguenza è gelosa del fatto che siamo sempre appiccicati, oppure se semplicemente pensa che io abiti nel tuo armadio o sotto il tuo letto, perché non la smette di rompermi le palle a chiedermi di te.

marco: Cioè??? Racconta.. Cosa ti chiede di me? La potrei denunciare per violazione della privacy.
(come avrete capito, anche mio fratello è curioso come una scimmia)


kat: io la prenderei volentieri a schiaffoni, sono più efficaci di una denuncia...oggi non ho fatto neanche tempo di arrivare in stanza e levarmi il giubbotto che, come saluto, mi ha detto: "la tua TARMA non è ancora arrivata". Allora, due cose, signorina.
Numero uno, "tarma" è © mio, tu non ti puoi permettere di chiamare così mio fratello, a meno che io non ti dia il permesso. Eccomunque, per te (e per tutti gli altri) ha un nome proprio, quindi sei pregata di usare quello.
Numero due, me ne sono accorta che non c'è, porto gli occhiali per qualcosa. Che comunque, stai sicura che se era lì, la mia tarma, andavo a fargli un po' di fusa addosso. Alla faccia tua, imbecille di una ragazza.
Poi mi ha chiesto ottanta volte se non arrivavi, dov'eri, perché non c'eri, perché non venivi a mangiarti i muffin, ma sa che ci sono i muffin, vero? Che non se lo sia dimenticato...ah, no, figuarti se si dimentica la roba da mangiare, beh, e allora dov'è? Cazzo, sono la badante di Marco ioooooo?
(vedete che figa che sono, cito anche la Bibbia "sono forse io il custode di mio fratello?" Genesi 4,9)


marco: Ecco potevi dirglielo...

kat: mi pareva abbastanza intuitivo, anche senza dirglielo. Io continuo a pensare che sia gelosa come una scimmia, non trovo altre soluzioni sensate (a parte che, diciamocela tutta, con lei niente ha davvero senso).

I muffin che avevo portato sono spariti in un batter d'occhio, anche se non facevano una bella impressione perché in forno si erano mezzi sbrodolati fuori dallo stampino.

giovedì 4 novembre 2010

Fratelli cartelli

Quello che mi attraversa
va veloce dal cuore alla testa.

Non ci capisco più niente. Non sono più neanche tanto padrona delle mie facoltà mentali, a dire il vero, dopo un pomeriggio passato prima a fare un esperimento di dolce (prossimamente posto la ricetta, riveduta e corretta) e poi a fare cartellini di identificazione per domenica prossima. E poi, puro caso, ne ho parlato con Marco perché mi serviva una foto e mi ha fottuto il lavoro. Non poteva continuare i compiti, no? E non fosse solo che si è incastrato ad avere ragione a tutti i costi, alla fine li ha pure fatti più fighi dei miei. (No, non è vero, solo i miei erano da appendere tipo pass, i suoi sono più colorati e sono veri e propri cartellini da taschino. Diciamo che più che altro non c’è paragone perché sono due cose diverse).
Insomma, mezzora a bestemmiarci al cellulare, mezzora prima di cena a bestemmiarci su msn, poi sono andata a mangiare, e lui nel frattempo credo che abbia mangiato al computer (a volte pagherei per poterlo fare), se non ha direttamente saltato la cena, e ha sfornato in 10 minuti due cartellini. Il mio e il suo. Se non fosse che sembro viziata, gli avrei detto di farmelo arancione e non rosa. Ma siccome poi mi arrivava un papagno (cit.) dato che avevo già criticato parecchio e gli avevo fatto cambiare già due o tre cose, sono stata zitta.
Ma io quando andavo alle superiori avevo così tante verifiche? E mi facevo così tanto il culo a studiare? Alle cinque e mezza stavo ancora facendo i compiti? Neanche se mi era caduto un meteorite sulla cucina. Io mi grattavo la pancia che era un piacere, e pensare che non avevo neanche il computer.

lunedì 1 novembre 2010

Trentatrentunouno

Il fatto è che quando sto bene (voglio dire, mediamente bene, senza troppe rogne e cose del genere) non sono ispirata di scrivere. Quindi non passo neanche di qui. Per fortuna, i blogghi non fanno la polvere e quando li riprendi in mano è di nuovo tutto come prima.

Riassunto delle puntate precedenti:

30/31 ottobre: beware of the (empty) pumpkins

Io (vampira), Ele (piratessa),
Giulia (fantasma dell'ottocento), Beatrice (non si sa)
© Marco

Sabato 30 abbiamo fatto la festa di halloween del kemma. Gradito il costume, premiato quello più spaventoso. Alla fine, una mezza schifezza. Lo standard di divertimento dei bambini di 10-13 anni è il seguente: casinocasinocasino, patate fritte e cocacola. Stop. Puoi cercare di coinvolgerli in tutti i modi, ma la verità è che non funziona. Se poi ci aggiungiamo che anche i grandi non combinano niente di buono, io posso anche correre avanti e indietro col mio mantello frusciante ma non serve a niente. Non serve, e alla fine del pomeriggio sei talmente amareggiato e stanco che te la prendi anche con chi non ha fatto niente, vorresti solo perderti in un abbraccio e dimenticarti tutto, pulirti la faccia dalla palata di bianco che ti sei messa per essere più rediviva e farti dare un bacio, essere felice e basta.

1 novembre: tutti i santi
Tutti i santi vuol dire processione in cimitero. Come ci ripete sempre Don Bepi, “cimitero” è una parola greca che significa “dormitorio comune”. Non ho paura dei cimiteri, come in genere la maggioranza della gente che conosco. I morti non vengono di sicuro su dalle tombe, a meno che non sia un film di zombie, o che non sia halloween.
Ma io oggi non volevo andarci. A parte il fatto che pioveva, e in genere Don Bepi è ragionevole e con la pioggia non si processiona (ma oggi sì), io sapevo già che mi avrebbe fatto male. Io lo sapevo. Lo sapevo. Perché finché eravamo in chiesa a cantare le solite quattro canzoni a cappella, sarei stata lì anche tutto il pomeriggio, ma quando siamo usciti, quando hanno iniziato a cantare quella dannata canzone “io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore” dentro di me si è rotto qualcosa e ho iniziato a piangere. E io lo sapevo.
E davanti alla tomba di mia nonna, non ho potuto fare altro che piangere ancora. E poi  è arrivata quella deficiente di mia cugina (perché ad una persona del genere non si può dire altro) che ha almeno 45 anni e, come se fosse la cosa più normale del mondo mi ha chiesto se stavo male che avevo tutti gli occhi rossi. In quel momento mi sono rimessa a piangere, lontano da lei. Perché il fatto è che se tu e quella scema di tua madre non avete versato una lacrima che fosse una quando è morta mia nonna (rispettivamente sua nonna e sua madre), non vuol dire che anche gli altri non lo facciano. Io non so quanto ho pianto. Io non ho fatto altro che piangere, tutta la sera, tutto il funerale, tutto il tempo al cimitero e tornando a casa. E oggi. Oggi, quelle canzoni.
« Forse noi non abbiamo il diritto di piangere come stiamo facendo, perché così facendo ci dimostriamo solo egoisti, facciamo vedere al mondo che non ci rassegniamo al fatto di averla persa per sempre, senza pensare che invece lei ora molto probabilmente sta bene, non sente più niente ed è felice. »

lunedì 25 ottobre 2010

rissa.

Da tempo ho smesso di chiedermi perché
certe cose accadono
certe coscienze non si lavano.

Il prossimo che intende dare dell'idiota a mio fratello senza il mio permesso, sarà spianato con un rullo da asfalto. Ho proprio voglia di un po' di rissa.

domenica 24 ottobre 2010

Ho fatto un sogno...

Cosa succederebbe se, mettiamo caso, ti baciassi?
No, non sto scherzando. Se un giorno non riuscissi più a trattenermi e, invece degli stupidi baci che appoggiamo a vicenda sulla guancia dell’altro, un giorno usassi le mani per prenderti il viso e tenerti fermo mentre le mie labbra vanno ad appoggiarsi in un posto nuovo, a sentire che sapore hanno le tue, cosa succederebbe?
Stanotte ti ho sognato. Ho sognato te, la tua casa, i tuoi genitori e tutto un gran casino che era iniziato nel momento in cui, davanti alla porta della cucina, quella che dà direttamente sul giardino, avevo preso il tuo viso tra le mani e ti avevo baciato. Tu eri in cima al gradino, e pur essendo dieci centimetri più bassa di mio, sono riuscita ad arrivarci lo stesso. Forse ti eri piegato, intuendo cosa volevo fare. O forse nei sogni non servono gli sgabelli per recuperare centimetri, ci si arriva e basta. Forse, quando sei innamorata e fai sogni del genere, non ti poni neanche il problema di quanti centimetri ti manchino.
Stanotte ho sognato che ci baciavamo così, in piedi, contro il vetro della porta, che per me era la cosa più normale del mondo, stanotte.
Ho sognato che avevo paura di quello che stavo per fare perché non sapevo come avresti reagito. Ho sognato che le mie labbra si appoggiavano sulle tue piano, come se avessi avuto paura di farti male premendo troppo.
Ma cosa succederebbe se ti baciassi davvero? Se un giorno fossimo veramente io e te da soli e se io volessi far avverare il sogno di stanotte? Non importa se era solo un sogno, se la realtà non è perfetta.

mercoledì 20 ottobre 2010

Gelosia portami via

È strano come si finisca per diventare gelosi di qualcosa che non è nemmeno veramente tuo. Da piccola, quando mia madre si interessava agli altri bambini, non importa che età avessero loro e che età io, diventavo gelosa come una scimmia. Voglio dire, era la mia mamma, che si occupasse di me e basta. Non ho mai chiesto un fratellino o una sorellina, e probabilmente sono l'unica sulla faccia della terra a cui non è mai passato per l'anticamera del cervello un'idea simile. Ma figurarsi se eravamo in due a spartirci mia madre.
Ma essere gelosi perché tua madre guarda qualcun altro, può anche avere senso. Ma esserlo perché uno a caso dei tuoi amici fa l'imbecille con qualche altra ragazza, uno a caso, uno che è solo tuo amico e non pensi neanche lontanamente di sbavarci sopra, né ora né mai, diventa eccessivo. Eppure, sono gelosa come una scimmia. Mi rodo il fegato. Deve esserci qualche ingranaggio che non gira dalla parte giusta.

venerdì 15 ottobre 2010

ventuno

Ebbene, TANTI AUGURI  A ME.
Sono vecchia. Le mie amiche dell'uni, che hanno ventidue anni e mezzo danno della vecchia a me senza accorgersi che loro sono avanti di un anno, ma non mi conforta. Da quando ho aggiunto il famigerato 2 davanti all'unità, mi sento ogni anno più vecchia.
Stamattina mi sono svegliata con 11 messaggi ricevuti (più quelli di stanotte mentre ero ancora sveglia) e su faccialibro sono già a quota 54 notifiche di compleanno. Adoro che la gente mi augureggi. Adoro, perché mia madre dice sempre che il compleanno è un giorno come un altro e che non ha senso festeggiare. Col cavolo! Se proprio vuole, che faccia a meno di festeggiare il suo.
Domani porto il dolce al kemma e ci strafoghiamo tutti insieme. Tra poco invece vado in biblio a fare un po' di casino, che ci sta sempre. Spero che i termi siano accesi, sennò mi congelo.

lunedì 11 ottobre 2010

Brother in love

Guardami in faccia, fratello
[...]
ho bisogno d'amore
ti prego dammelo se ancora ce n'è
in questo mondo sento troppi "perché"
alza gli occhi e guarda chi hai di fronte
e poi dammi calore
in questo freddo delle strade finché
ne avrò abbastanza ancora dentro di me
per scaldare tutte le parole.

Adesso capisco cosa scattava nel cervello di mia madre quando mi diceva che ero troppo giovane per trovarmi un moroso, che quello non andava bene per me. Non lo faceva per mettersi contro di me. Oddio, sì. Lo faceva apposta, sì. Ci provava un gusto particolare a parlare male di lui, specialmente dell’ultimo. Ma lo faceva perché a quanto pare aveva inquadrato la situazione. E mi rendo conto che ora mi sto comportando esattamente come lei. Marco è in lovv, a quanto pare, e tutti i giorni mi ripete quanto siano fighe due tizie che si chiamano ummm…una Serena e l’altra non mi ricordo. Quella che non mi ricordo è una coi capelli arancioni che fa il classico. L’altra è all’Alberti in (mi pare) 1hlt. Così a occhio non mi paiono delle brave persone nessuna delle due. Tra l’altro, dettaglio insignificante, hanno entrambe il moroso. Ma quella è una questione marginale. Insomma, è da quando ha iniziato la scuola che gli dico di no, no e ancora no, di non badarle, che sono tutte delle vacche, cambia solo la misura del campanaccio e la lunghezza della coda. E all’inizio pensavo di dirlo solo con la parte di cervello gelosa come una scimmia. Invece oggi pomeriggio Beppe è partito dagli insiemi e sottoinsiemi per finire a parlare dell’amore. Non so se Marco gli avesse buttato l’argomento così parlando del più e del meno o se Beppe già sapesse qualcosa. Io sono arrivata a metà lezione. Mi sono seduta sul tavolo accanto al fra, con il piede sulla sua sedia e il ginocchio a fargli da schienale, ad ascoltare quelle sante parole. E quante pacche bisogna prendere nella vita, prima di rendersi conto che la strada è sbagliata. Che il ragionamento che fai è sbagliato, che le femmine sono femmine, e che i maschi sono maschi, che chi ama e non si chiude, non smette di cercare l’incontro con le altre persone non invecchia. C’è gente che è già vecchia a vent’anni perché ha perso la voglia di fare, perché ha mandato tutto a farsi fottere, e solo dopo si rende conto di quanto è stata cretina. Ma quante botte. Quante braghe sbregate a cadere in ginocchio. È che a sentirlo dire non ci credi. È che quando mia madre cercava di mandarmi sulla retta via io non la ascoltavo. È che ora, che sono io a cercare di imporre la retta via a lui, non funzionerà e lo so. Perché alla fine cos’ha, quattordici anni? Io a quattordici anni ero fissata che non c’era caso di farmi togliere dalla testa una-certa-persona che poi ho dovuto per forza rimuovere. E poco importa che mia madre mi dicesse che ero troppo giovane. E importa ancora meno che sia stata male due anni. Devi sbatterci addosso. Non importa se tua sorella grande, che ha sbattuto in parecchi muri, ti mette in guardia, se ti dice che no. Dopotutto lei è solo gelosa come una scimmia, no? Si vede da come ti coccola.

sabato 9 ottobre 2010

» kemmagem, press play.

Oggi è ricominciato il centro giovani. Per gli amici kemmagem, ma più frequentemente kemma o cg. Siamo una banda di matti, non c'è definizione migliore. Ci sono i miei due fratellini, sempre più col timer sballato, e poi le altre tizie del 93. Io sono fuori corso, ma non importa. Oggi, a dire il vero, c'era un po' di casino perché eravamo tutti mescolati, anche con quelli delle medie, che noi possiamo anche sopportare ma con cui non ci metteremo mai a giocare. Marco ha fatto 54125 foto. Su facebook ne sono finite solo 70, quelle più fatte bene. Nel senso, quelle che la gente non gli ha fatto cancellare.

Da sx: Beatrice, Ele, Marta (Anacleta), io, Alessia.
© Marco
 
Sabato prossimo ci dividiamo, quelli delle medie prima, e poi noi. A fare casino per conto nostro. Probabilmente faremo la mia festa di compleanno, molto privata, e molto mangereccia mi sa. Il fatto è che noi, pur facendo casino, manteniamo una parvenza di umanità. I piccoli no, stato brado completo. Un branco di gnu alla carica fa meno casino.
Insomma, oggi abbiamo mangiato e poi fatto foto e poi ancora mangiato, e fatto ancora foto. Cheffantasia, eh? Dobbiamo ingranare. Alla fine, mentre Marco faceva i suoi progetti su come trasformare il nostro sgabuzzino in un ufficio (assegnandomi il secondo posto) e cazzeggiava col telefono fisso mentre se ne stava comodamente seduto in braccio a me, abbiamo fatto una specie gioco, per cercare di far stare buoni i piccoli. E per cercare di cavare qualcosa di buono dalla giornata.

I miei fratellini, Marco ed Ele. Adesso capite
perché dico che sono due bombe ad orologeria.
Dietro, semi-sconvolte: io e Beatrice.
© Marco
Abbiamo preso un foglio e ognuno doveva scrivere una parola o una frase, la prima cosa che gli veniva in mente sull'argomento prescelto. Argomento difficilissimo: amicizia. No, non sto scherzando sul "difficilissimo". Io ero l'ultima del giro, e, pur avendo avuto un mucchio di tempo per pensare, non mi è venuto in mente niente di figo. Voglio dire, ho anche 21 anni meno una settimana. Non posso scrivere una scemenza come i bambini di prima media. Alla fine me ne sono uscita con un: "amicizia = fare casino insieme e risolvere insieme i problemi che si hanno". La parola più importante è insieme. Potevo scrivere solo quella, ma non era abbastanza erudito. No, scherzo. Ho anche scritto come una gallina, perché Marco naturalmente doveva incollare il naso sul mio foglio per vedere cosa scrivevo col mio pennarello arancione. No, stavolta non l'ho scelto io.
kemmagem begins, press play.

giovedì 7 ottobre 2010

Tazza

Domenica avevo buttato per terra (per sbaglio, ovviamente) la mia tazza preferità (nonché l'unica, a dire il vero). Tre pezzi e due schegge. L'ho riattaccata con l'attak (incollandomi anche le dita nel frattempo) ma ovviamente non posso più berci dentro. Non è che spande, ma mia madre non si fida, sai mai che il te a temperature da fusione nucleare non fonda anche la colla.
Quindi oggi pomeriggio sono stata a fare un po' di spesa coi miei, e in cima alla lista, subito dopo al dentifricio per i miei poveri denti sensibili (se a vent'anni non sono padrona di bere acqua fredda dopo la pastasciutta calda, a ottanta che faccio?) c'era scritto "tazza" a caratteri cubitali. L'ho trovata, zuzu (su emmessenne "zuzu" è la faccina seria che annuisce). E di che colore, indovinate? Esatto, arancione! Ho una malsana passione per quel colore. Tra l'altro, ha anche le scritte stronze, alla Anita Blake. Ero convinta che tazze del genere esistessero solo nei libri. Oppure, solo in America.
Domani la provo.

mercoledì 6 ottobre 2010

Farfalle

Per tutta la vita andare avanti
cercare i tuoi occhi negli occhi degli altri
far finta di niente
far finta che oggi sia un giorno normale
[...]
le solite scuse, le solite storie
bugie, speranze

Sono nella merda. Che poi, sì, ok, quando mai non sono nella merda io? Diciamo che sono più nella merda del solito. Non vedevo l'ora, insomma.
Sono incastrata che è un piacere. Dovrei vedere delle persone e poi in biblio non ho un minuto libero e le ignoro e odio doverlo fare, ma già mettendo fuori il naso dalla porta per vedere chi è entrato mi viene un rivoltamento di stomaco. Le classiche farfalle, quelle che non avrei voluto sentire. Quelle che mi dicono una cosa del tipo: "sei fottuta. Non te lo sei dimenticato. Non puoi vivere senza, e lo sai". Bugia. Bugia, farfalle del cavolo. Non stavo in piedi, leggevo il numero della CDD sulla costola dei libri puntellandomi sul tavolo e non sapevo decifrarlo.
Conosco solo un'altra persona che mi ha fatto questo genere di effetto. E avevo quattordici anni, non ventuno. In sette anni, è una delle poche cose che non è cambiata.
E poi si sa, ricatto per ricatto. Io vengo a trovare te, tu vieni a trovare me. Cazzo, non potevi restare in Romania? Giuro che l'ho pensato. Non potevi restarci? Almeno sapevo che non c'eri e fine dei discorsi. Almeno potevo ignorarti. Almeno...almeno cosa? La verità è che volevo che tornasse, ma ora che è tornato non lo voglio tra i piedi perché non so come girarmi. Non so cosa fare, cosa inventarmi. Diventa sempre più problematico.